Valeriano e i vitigni ritrovati

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Per arrivare a Valeriano, partendo da Udine, bisogna attraversare “l’aghe” (l’acqua) ossia il fiume Tagliamento, simbolico elemento divisionale tra la provincia di Udine appunto, e quella di Pordenone.
Dopo lo storico ponte di Pinzano (costruito all’inizio del secolo scorso per ovviare all’attraversamento del fiume col traghetto) ci si ritrova nella zona delle Grave, in mezzo ai vigneti che producono il celebre vino DOC ed  il primo paesino che si incontra è proprio quello di Valeriano, un’autentica perla di arte e di viticoltura.

52560359-ED49-4AF6-B808-8C9D4C4CB0B7 Eh sì, perché a Valeriano di arte ce n’è davvero molta; nella Pieve dedicata a Santo Stefano è infatti custodita una delle più belle opere del Pordenone al secolo Giovanni Antonio de’ Sacchis, il massimo esponente pittorico del Rinascimento friulano. Si tratta di un prezioso trittico che risale alla metà del 1500.
La chiesetta di Santa Maria dei Battuti è un autentico scrigno di opere d’arte. Interamente ricostruita dopo il sisma del 1976, questa chiesetta è un luogo incantevole, dove sedersi e rimirare le pareti affrescate, nelle frescura di quei luoghi sacri.

Ma a Valeriano c’è ben d’altro!
Oltre che per visitare i luoghi mistici ed ameni, il vero gourmand si recherà in viaggio nella destra Tagliamento anche per degustare del ottimo vino. C’è infatti un’azienda vinicola che produce vino da vitigni che sembravano dimenticati.

Eh sì, proprio dimenticati… nel senso che sembravano scomparsi, estinti.

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La produzione di questa azienda vinicola è interamente biologica e di gran qualità. Si pensi, ad esempio, che le erbacce tra i filari vengono estirpate a mano.

192D9FE9-D398-45D3-9362-B36047F6C9D7 Emilio Bulfon, questo il nome del vignaiolo, una trentina di anni fa ha ritrovato nella boscaglia e nei rovi che col tempo stavano invadendo i suoi vigneti, alcune varietà di vitigno autoctono friulano. Come degli autentici reperti storici, li ha fatti analizzare dall’Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano per quindi reimpiantarli ed iniziare la loro coltivazione.

I nomi di questi vitigni sono quanto mai evocativi e nello stesso tempo simpatici. Si tratta del Sciaglìn, del Forgiarin, del Cjanorie, del Ucelùt, del Piculit Neri, del Cividin e del Cordenossa!

Sono vini sia bianchi che rossi, che ben si accompagnano a vari momenti della giornata o del pasto. Lo Sciaglìn, ad esempio, nella variante brut (vinificato con metodo charmat) è perfetto per l’aperitivo. L’Ucelùt invece, con le sue note fruttate, è un ottimo vino da dessert.
Il Piculit Neri, da non confondere col più celebre Picolit (che è un vino da dessert o da meditazione), è un vino rosso dal sapore molto fresco, ottimo con le carni.

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E’ davvero piacevole visitare la piccola cantina del signor Bulfon, ascoltare il racconto di come vennero ritrovati i vitigni e di come viene attualmente prodotto il suo vino.
Una curiosità: le bottiglie del signor Bulfon (che vengono vendute in tutto il mondo), riportano nell’etichetta un particolare dell’affresco custodito nella chiesetta di Santa Maria dei Battuti.
Quale particolare?! Beh, trattandosi di vino è un dettaglio de L’Ultima Cena. 

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